Diari e lettere come fonte storica
Nel dopoguerra la storia e la memoria degli IMi ha finito ben presto per essere dimenticata. Solo di recente gli studi hanno fatto qualche passo in avanti, specie grazie alle ricerche di autori tedeschi e all’impegno di associazioni dei reduci, come l’ANEI e l’ANRP, e istituti storici della resistenza di tutta Italia. Una delle motivazioni del ritardo storiografico accumulato in questi è rappresentata dalla scarsa disponibilità di fonti in tema di prigionia. I documenti «ufficiali» italiani sono per lo più schede di rimpatrio e pratiche per la pensione, ma sono andati dispersi tra mille uffici amministrativi, distrutti, oppure coperti da limiti di privacy. I documenti di parte straniera sono di altrettanta difficile reperibilità o sono stati deliberatamente distrutti dai nazisti responsabili di una gestione sistematicamente criminale dei prigionieri. Salvo qualche Relazione, però, i documenti «burocratici» costituiscono una importante banca dati statistica – di grande importanza per gli storici – ma non forniscono ulteriori informazioni sulle reali esperienze vissute in prigionia. Per indagare questi aspetti, dunque, oltre le testimonianze rese successivamente dai reduci, restano i pochi «effetti personali» che essi riuscirono a tenere con sé dopo la guerra: cartoline, lettere, diari, appunti, fotografie (molto rare) e disegni, che oggi sono per lo più sparsi in innumerevoli micro-archivi familiari. A questo genere di fonti ci siamo rivolti - con una ricerca capillare in tutta Italia - per approfondire la storia degli IMI e delle altre prigionie.